Differenza tra tasse, imposte e contributi

I concetti di tasse , imposte e contributi, sono nozioni popolarmente affini, ma nel concreto distinguibili l’una dall’altra. A ben vedere, approfondendo i due termini, si scopre che imposta e tassa sono categorie di tributi molto diversi fra loro, soprattutto per quanto concerne i vari campi e le varie modalità di applicazione dell’una e dell’altra.

L’imposta è quel tributo che lo Stato o un qualsiasi altro ente pubblico preleva dalla generalità dei contribuenti col fine di sostenere tutti i servizi offerti alla collettività.

La tassa è una quota di denaro che la generalità dei contribuenti paga allo Stato o a un qualsiasi ente pubblico per l’utilizzo di un servizio concesso dallo Stato.
Già dalla definizione si possono tirar fuori le prime due importanti differenze: la prima (quella fra tributo e quota di denaro) è in realtà una non differenza. La dottrina giurisprudenziale italiana riconosce il tributo come quota di ricchezza prelevata da un ente pubblico e attribuisce questo termine sia alle imposte che alle tasse. La scelta di differenziare le due terminologie nasce da un’esigenza particolare relativa al fatto che il concetto di imposta si adatta meglio al significato di tributo, il quale assume una veste di prelievo coattivo, cioè forzato o imposto (per l’appunto). D’altra parte la tassa risulta come un pagamento di un servizio che lo Stato offre, per cui non coattivo, quindi non forzato.
La seconda differenza è essenziale nella disuguaglianza tra imposta e tassa, in quanto l’imposta ha come obiettivo quello di fornire allo Stato o all’ente pubblico un continuo flusso di denaro che possa sostenere le spese relative ai tutti i servizi che lo Stato offre alla collettività; questo significa che ogni cittadino, anche non godendo di un determinato servizio, è tenuto a sostenerne le spese. Nel caso delle tasse, invece, ogni privato pagherà il tributo soltanto qualora usufruisse di un servizio.
Da queste due sostanziali difformità scaturiscono tutti i tasselli che formano le ampie categorie di imposta e tassa.

Contributo: sono tributi che si applicano a coloro a quali arriva una determinata ricchezza da enti pubblici o dallo Stato, anche se non l’hanno chiesta

Differenza tra tasse, imposte e contributi

Le imposte

In ogni sistema fiscale si possono individuare due grandi categorie di tributi: le imposte dirette e le imposte indirette.
Le imposte dirette sono tributi relativi ad una manifestazione immediata di disponibilità finanziaria di un soggetto, rappresentata appunto dalla percezione di un reddito o dal possesso di un patrimonio.
Onde chiarire meglio si procederà con un chiaro esempio.
Il più famoso modello di imposta diretta è l’Irpef. L’irpef è un’imposta personale e progressiva sul reddito, descritta dal DPR del 22 dicembre 1986 n. 917. Oggetto dell’Irpef sono, a grandi linee, tutti i redditi di una persona fisica; si sta parlando, infatti, di un tributo che ha il carattere della personalità e che tiene conto della condizione economica del soggetto passivo, di caratteristiche personali particolari o del nucleo familiare a cui appartiene. Appare evidente che non vi sia una libera scelta del soggetto, il quale non può decidere di pagare o meno questo tipo di imposta e, dunque, è forzato a dare una quota di ricchezza allo Stato che la userà nel mantenimento e nello sviluppo di servizi per tutta la collettività (e non per il singolo contribuente).
Le imposte indirette sono tributi che vanno a toccare le manifestazioni mediate di disponibilità finanziaria. Il termine “mediate” si riferisce a momenti economici particolari nel sistema di mercato generale: questi possono essere il momento del consumo o dello scambio di un bene.
L’esempio più classico di imposta indiretta è l’IVA: imposta sul valore aggiunto. L’IVA, disciplinata dal D.P.R. n° 633 del 1972, è un’imposta che nasce dallo sviluppo delle fasi di produzione e di scambio di un determinato bene. Qualsiasi bene, infatti, prima di arrivare al consumatore finale percorre un cammino che ad ogni tappa prevede un aumento del valore aggiunto. Facciamo un esempio.
Chiunque produca un bene non sostiene particolari costi, se non quelli dovuti alla manodopera e all’impiego di macchinari per la produzione; immaginiamo dunque che un bene, prodotto, costi €100. A questo prodotto, per legge, dovrà essere applicata un’aliquota fiscale che è l’IVA. Attualmente in Italia l’IVA ha un’aliquota (cioè una percentuale del prezzo imponibile) del 22%, ciò significa che il costo del bene per il grossista sarà di €122. A questo prezzo il grossista aggiungerà ulteriori costi che si qualificheranno, ancora una volta, come valore aggiunto, per cui l’IVA dovrà essere applicata ancora. Se il bene verrà venduto a €160, l’IVA sarà di €35,20. Questo significa che, in realtà, l’IVA non colpisce né il produttore, né il grossista, né, successivamente, il dettagliante: in realtà l’IVA graverà sull’ultimo tassello della catena di vendita del bene: il consumatore finale. Per questo motivo l’IVA viene classifica come imposta indiretta, cioè “mediata”, poiché non mirata a prelevare direttamente tributi dalla ricchezza del contribuente.

Le tasse

Anche le tasse, come le imposte devono essere osservate descrivendone le varie sfaccettature. Si è detto in precedenza di come le tasse non siano tributi volti a sostenere un servizio utile alla collettività, ma al singolo privato. Per questo motivo le tasse hanno una quota di tributo decisamente più alta delle imposte. Le tasse vengono, dunque, ad essere delle vere e proprie controprestazioni (e non dei prezzi, che riguardano invece il costo, per esempio, di un biglietto dell’autobus).

Esistono tre categorie di tasse: industriali, giudiziarie e amministrative.

  1. Le tasse industriali sono quei tributi che il privato concede allo Stato a agli enti pubblici per il servizio fornito da un’industria – o più in generale, un’attività di impresa – gestita, appunto, dallo Stato. Esempio più chiaro e semplice di tassa industriale è la famosa TARI (Tassa Rifiuti). Senza entrare troppo nei dettagli, si può ben notare come la TARI sia una tassa, in quanto da una parte si considera come la controprestazione in denaro del servizio di smaltimento di rifiuti e dall’altra parte non tutti la pagano, ma solo coloro che possiedono locali o terreni suscettibili a produrre eventuali rifiuti.
  2. Le tasse giudiziarie sono richieste nel momento in cui un privato usufruisca del servizio giudiziario statale. Non esistono particolari tasse giudiziarie più o meno conosciute: queste sono relative ai costi che ogni ente pubblico giudiziario (tribunale, Tar e così via) deve sostenere per ogni privato.
  3. Le tasse amministrative, infine, si suddividono a loro volta in tasse su: vita civile, vita economica e vita intellettuale dei cittadini. Com’è facile intuire, queste sono tasse relative all’utilizzo da parte del cittadino di uffici pubblici amministratici (comune, questura, prefettura ecc.) e sorgono relativamente, nel primo caso, all’iscrizione in uffici pubblici di atti civili (nascita, morte, matrimonio). Nel secondo caso si riferiscono, per esempio, a tasse suscitate dall’occupazione di un suolo per l’attività d’impresa e nell’ultimo caso riguardano i costi relativi alla pubblica istruzione, all’utilizzo della biblioteca comunale e via dicendo.

Contributi:

E’ quel tributo che il cittadino contribuente deve pagare in modo coatto, al fine di poter fare una spesa pubblica. A differenza delle tasse che si pagano su un bene, il contributo viene attivato dall’ente pubblico nel momento in cui questo decide di fare una spesa e farla ricadere sul contribuente, senza che questo abbia questo questa spesa.
Il tipico esempio di contributo, sono le spese di urbanizzazione.

Queste sono, dunque, le principali differenze tra tasse e imposte.

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